Dopo la c
aduta del regime di Ben Ali, il governo provvisorio e l’”Alta Autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica”, costituita nel mese di febbraio, hanno deciso di affidare ad una Assemblea Costituente, democraticamente eletta, il compito di ridisegnare l’architettura istituzionale della nazione attraverso la riscrittura della Carta Costituzionale.
L’8 giugno scorso il primo ministro Beji Caid Essebsi ha annunciato il differimento delle elezioni dell’Assemblea Costituente dal 24 luglio al 23 ottobre 2011. La decisione presa in accordo con L’Alta Autorità è il sintomo più evidente delle difficoltà politiche ed istituzionali che il paese tunisino sta vivendo.
Ritardi e difficoltà hanno risvegliato la voce dei rivoluzionari che il 15 luglio scorso in decine di migliaia hanno nuovamente affollato le strade di Tunisi per protestare contro l’immobilità del Governo provvisorio incapace di avviare il processo di riforme economiche e sociali per le quali hanno lottato.
Per comprendere le ragioni di tale immobilismo è necessario analizzare la complessa situazione politica e cultuale attuale. Dopo lo scioglimento del vecchio partito di Ben Ali l’RCD (Raggruppamento Costituzionale Democratico) sono state ben 81 le formazioni politiche riconosciute dal Governo.
Alcune di queste fanno riferimento all’area laica e sono molto radicate tra gli intellettuali e gli attivisti per i diritti umani e godono di un discreto appoggio a livello internazionale dai governi occidentali. Altre sono nate dal disciolto partito dell’RCD è vengono ritenute da molti troppo legate al vecchio regime. Vi sono poi le formazioni che fanno riferimento al Partito islamico “Ennahda” (la rinascita) guidato dal leader moderato Rached Ghannouchi, rientrato in Tunisia a marzo dopo 22 anni di esilio, ed infine le formazioni vicine al sindacato dei lavoratori UGTT.
Ma più che l’eccesiva frammentazione delle forze politiche è il conflitto culturale tra laicità e tradizione a bloccare il percorso di transizione.
Il Partito islamico, che gode di una forte popolarità, viene accusato dal raggruppamento laico di voler instaurare una repubblica islamica in caso di vittoria elettorale, malgrado il suo leader Ghannouchi abbia sempre negato tale evenienza ed al contrario abbia sempre rimarcato la necessità del dialogo, del pluralismo e del rispetto delle conquiste civili ed in particolare della libertà della donna, quali presupposti fondanti della società tunisina.
Tali dichiarazioni vengono però considerate poco credibili a causa della presenza all’interno del partito islamico moderato di una minoranza conservatrice. Il raggruppamento laico in particolare ritiene che per arginare l’azione di alcune forze politiche di matrice salafita presenti nella società tunisina (non appartenenti al partito Ennahda), come quelle che lo scorso 27 giugno hanno assaltato il cinema Africa di Tunisi durante la proiezione del film della regista dichiaratasi atea Nadia El Fani “Ni Allah ni maître” (ovvero “Né Dio, né padrone”), sia necessario estromettere dal dibattito politico qualunque partito di ispirazione islamica.
Personalmente penso che il braccio di ferro in atto sia il frutto di atteggiamenti radicali che stanno sempre di più permeando il quadro politico tunisino. Questo ostacola fortemente il processo di democratizzazione della società.
Le formazioni laiche devono comprendere che non è possibile immaginare la futura società tunisina come una società “atea”, privata della sua tradizione storico culturale che affonda le sue radici nella religione islamica. Devono abbandonare il totale atteggiamento di chiusura verso il partito islamico ed intraprendere la strada del dialogo cercando di rafforzare e legittimare la componete moderata e maggioritaria della società.
Questo per arginare il rischio che una gran parte del popolo tunisino, vicino al partito islamico moderato, interpreti il concetto di laicità dello stato come una minaccia alla propria identità con il conseguente avvicinamento ai movimenti islamici più radicali.
Dall’altro lato i leader del partito islamico devono dimostrare di avere la forza e la determinazione di non cedere alle pressioni delle forze sociali più estremiste.
E’ necessario che tutte le parti politiche superino le attuali contrapposizioni e che democraticamente trovino il modo dialogare tra loro per il bene del paese.
Sono convinto che l’Assemblea Costituente potrà svolgere a pieno il suo compito solo se sarà rappresentativa di tutte le parti della società senza alcuna esclusione.
Il popolo è stanco di aspettare come ha dimostrato con la manifestazione del 15 luglio scorso. La tensione sociale sta salendo nuovamente e la polizia, questa volta in nome della rivoluzione, ha ripreso a bastonare per le strade i manifestanti.
Bisogna accelerare il processo di transizione, evitando nuovi rinvii, per riuscire a dare un segnale reale di cambiamento e soprattutto di stabilità sul piano internazionale.
Oggi l’economia dell’intero paese è in una situazione di stallo. I flussi turistici si sono azzerati, le grandi industrie sono ferme, l’apparato burocratico centrale e periferico dello stato, salvo alcune eccezioni, è ancora in mano agli stessi funzionari che servivano Ben Ali.
Un segnale preoccupante della crescente sfiducia del popolo tunisino arriva anche dalla formazione delle liste elettorali per l’elezioni della Assemblea Costituente. A pochi giorni dalla scadenza solo il 10% del potenziale elettorato si è registrato.
Se il governo attuale e l’Alta Autorità non riusciranno a superare questa situazione di empasse le nuove proteste e le nuove violenze rischiano di acuire lo scontro culturale e sociale. C’è bisogno di un grande senso di responsabilità per scongiurare il pericolo che movimenti fondamentalisti riescano a rafforzare il proprio ruolo facendo così tramontare le speranze di libertà e democrazia che hanno animato i giovani tunisini nella loro rivoluzione.
Nasser Hidouri
Imam della Moschea di San Marcellino (CE)
(tratto dal bimestrale Alchimondo n. 6 agosto 2011)










